Racconti e Recensioni

Dall'alba al tramonto con un grande poeta e concittadino
Giuseppe Ungaretti

 

 


RECENSIONI Fotopoesie

 
Presento il recente libro che il mio caro amico Orlando mi ha, con generosità, inviato. Il libro è semplicemente stupendo, con le poesie corredate da fotografie collocate al posto giusto in ognuna di esse.
Le poesie sono una splendida creazione collegata alla famiglia, ai luoghi cari, alla natura, all'amore e alla pura estasi poetica. Mia moglie ed io non lo abbiamo lasciato finché non lo abbiamo interamente letto, aiutato dalla conoscenza dello spagnolo per andare alle profondità del significato.
Le poesie si spiegano attraverso il ritmo, le immagini e la musica.
Oggi, 14 novembre,, è un giorno speciale per Orlando: i giorno in cui il suo libro è stato lanciato… ed è i giorno del suo compleanno.
Mio caro amico: buon compleanno e congratulazioni per il raggiungimento di un bell'obiettivo: il tuo libro "Fotopoesie"

 

 

The recent book of my dear friend Orlando, which he was so generous to send to me. The book is stunning, as of the poems and the original photos taken by Orlando and are in their right place with each poem. The poems are a splendid creations relating to family, places , nature, love and pure poetic rapture. My wife and I could not leave it till we read all, aided by our Spanish to go to the depth of meaning. The poems were explain themselves through rhythm, images and music.
Today, November 14, will be a special day for Orlando: The day when his book is launched ...and it is ... his birthday. My dear friend : happy birthday and congratulations for the achievement you did with this your book "Fotopoesie".

 

 

هذا هو الكتاب الذى صدر حديثا من تأليف صديقى العزيز أورلاندو ، الذى كان من الكرم معى أن أرسل لى نسخة منه . والكتاب مدهش بالنسبة للقصائد والصور الفوتوغرافية الأصيلة التى التقطها أورلاندو بنفسه ووضعها في المكان المناسب مع كل قصيدة . والقصائد عملٌ إبداعى رائع ، وموضوعاتها : الأسرة ، والأماكن ، والطبيعة ، والحب ، والنشوة الشعرية الخالصة . ولم نستطع ، زوجتى وأنا ، أن نترك الكتاب حتى قرأناه كله ، واستعنا باللغة الإسبانية التى نتقنها كيما ندلف الى أعماق معانى القصائد المكتوبة بالإيطالية . وكانت القصائد تفسر نفسها عن طريق الإيقاع والصور الشعرية وموسيقاها
واليوم ، 14 نوفمبر ، سيكون يوما خاصا بالنسبة لأورلاندو : فهو اليوم الذى سيُطرح فيه كتابه للتوزيع ، وهو كذلك ...عيد ميلاده ! فيا صديقى العزيز : كل عام وأنتم بخير ، وتهانئى لك بالإنجاز الذى حققتًه بكتابك هذا : الشعر المصوّر

 

Maher Battuti

Translator/Editor presso Organizzazione delle Nazioni Unite

 
 

Commento di Maria Serena Cavalieri alla poesia "L'incontro"

“La saggezza del padre è il più grande ammaestramento per i figli” così diceva Democrito, già nel V secolo a.C. Ho scelto queste parole, così forti, per commentare questa opera del poeta Cangià, un inatteso e commovente salto fino alla ragi...one più profonda dell’essere padre e dell’essere figlio. Sono grata al Maestro per averci donato questo sentito e commovente ricordo personale, che sapientemente ha saputo rivestire di quella meravigliosa aura di universalità, una capacità che hanno solo i grandi artisti della parola. E dei sentimenti. Proprio nel giorno in cui si festeggia San Giuseppe, che tanto ha fatto e tanto ha sofferto per suo figlio, nostro Signore Gesù, dandoci così esempio superbo di amore paterno che nulla cancella, che nulla dimentica, ecco questa poesia che si pone ai nostri occhi, con una potenza inaudita, con una forza sorprendente. L’incontro. Perché di questo si tratta. Di un padre e di un figlio che fa ritorno tra le sue braccia. Due universi lontani, due stelle nell'infinito universo della nostra umanità, due guerrieri della vita. “Ma per il guerriero della luce non esiste amore impossibile. Egli non si lascia intimidire dal silenzio, dall'indifferenza o dal rifiuto,” diceva Paulo Coelho. Proprio come fa un padre con suo figlio. Al maestro Cangià voglio dire che su quel ponte dei Mille, a Genova, assieme a lui e grazie a lui, ci siano tutti. Ognuno con le proprie miserie, gioie e amarezze. Anche chi, come me, su quel ponte ci sarebbe voluta stare infinite volte, per incontrare quel padre che mai seppe stringere a se. Quindi, grazie per aver reso questo giorno in cui si festeggiano i papà, così pregno di significato.
Perché un guerriero, senza amore non è nulla. "

 

Recensione di Maria Serena Cavalieri al libro "Fotopoesie"

Mi piace ricordare Umberto Eco nel suo "Lector in Fabula", scritto a proposito della cooperazione interpretativa nei testi narrativi, proprio scrivendo la mia recensione al libro "Fotopoesie" scritto da Orlando Amedeo Cangià. In quel caso, Eco, ci invitava a riflettere sull'esigenza, di fronte a un testo scritto, di fare una scelta: quella di parlare del piacere che dà un testo o quella di parlare del perchè un testo può dare piacere. In questo caso, il libro di Cangià, ci permette di fare entrambe le scelte, perchè non solo si compone di poesie davvero belle, di piacevole lettura e rilettura. Ma ci aiuta a riflettere sul valore più profondo e sul senso stesso della bellezza, in un crescendo di percorsi e di spunti. Le immagini, frutto dell'ingegno fotografico dell'Autore, non accompagnano solamente la parola, ma con essa si fondono, regalandoci una emozione unica, commovente. Senza accorgercene, Cangià ci ha già presi per mano, mostrandoci ricordi, pensieri, stupori, desideri, incontri, gioie e dolori. Ci fa partecipi e ci dona un frammento della sua stessa vita, ma lo fa come solo i grandi poeti sanno fare: facendosi carico di una intera umanità di sentimenti e di emozioni. E con lui gettiamo tutti uno sguardo su quell'immenso cielo stellato che ognuno porta "dentro" di se. Ecco quindi comparire l'Uomo con la U maiuscola, in ogni verso del Maestro Cangià. Ecco quindi che l'Autore scopre, e noi con lui, una nuova consapevolezza, un nuovo Umanesimo, fatto di senso e di responsabilità. Dove ogni ricordo, ogni desiderio, ogni battito d'ali di farlalla, ogni fiore, ogni onda del mare, palpitano ritmicamente, e con essi ci muoviamo tutti, riscoprendoci profondamente esseri umani. Come non pensare a Kant quando scrive: "Sublime è il senso di sgomento che l'uomo prova di fronte alla grandezza della natura sia nell'aspetto pacifico, sia ancor più, nel momento della sua terribile rappresentazione, quando ognuno di noi sente la sua piccolezza, la sua estrema fragilità, la sua finitezza, ma, al tempo stesso, proprio perché cosciente di questo, intuisce l'infinito e si rende conto che l'anima possiede una facoltà superiore alla misura dei sensi".
E proprio sublime, è anche la lettura di questo piccolo gioiello,"Fotopoesie", un capolavoro dell'arte poetica contemporanea, un libro che dispiace terminare, e che lascia una gran voglia di essere riletto. Una raccolta di poesie che ci arricchisce di mille spunti, strade e percorsi, ma che ci insegna una sola, grande verità: la grandezza incommensurabile dell'animo umano



RACCONTI


Quando avevo letto sul Bollettino Salesiano della morte di Don Ernesto Forti mi ero commosso profondamente e questo per due motivi: è stato per me un grande Padre spirituale in qualità di maestro di noviziato ed un grande insegnante, caso più unico che raro, sia di discipline scientifiche che soprattutto di quelle letterarie.

Tra i tanti ricordi che sono rimasti impressi nella memoria ne racconterò solo due a testimonianza di questo grande e poliedrico uomo ma, come forse molti di voi sapranno, fisicamente tanto esile.

Un bel pomeriggio insieme al nostro "maestro" noi compagni di corso eravamo usciti dalla nostra casa di Dahr El Houssoun in direzione Kartaba per una delle solite gite "scientifiche", così le chiamavamo, perchè oltre ai benefici di una buona passeggiata all'aria aperta e di una buona merenda c'era anche quello di una lezione peripatetica di scienze naturali!

Don Forti ad un certo punto, avendo trovato un enorme trilobita fossile in un grande blocco di roccia, si era fermato incantato ad osservarlo ed esaminarlo tirando fuori dalla sua borsetta i "ferri del mestiere" di un buon paleontologo. Terminata l'analisi non riusciva a staccarsene perchè lo reputava un reperto troppo importante per la sua collezione da lasciarlo stare lì, ma come fare ad estrarlo?

Per merito del nostro compagno aleppino Abboud Gharghour che era tornato di corsa a casa a prendere una grossa mazza, si era potuto recuperare l'enorme fossile dopo tanto tempo, tanta fatica con l'inconveniente però di averlo spaccato in due parti. Solo la pazienza e l'abilità di Don Forti, una volta rientrato nel suo laboratorio, lo avevano riportato alla sua integrità e splendore originario!

Il secondo episodio si ambienta nella piccola aula dove si tenevano le lezioni del liceo che si trasformava in un prestigiosissimo palcoscenico quando Don Ernesto recitava la Divina Commedia trasfigurandosi in un'estasi che non poteva che trascinarci tutti in un ascolto e ad una partecipazione che in seguito non ho mai più riscontrato!

"Pape Satan, Pape Satan Aleppe!"

Tra le varie interpretazioni di questo primo ed enigmatico verso del VII canto dellInferno dantesco, lui preferiva quella secondo la quale il verso translitterava quanto ripetevano i commercianti arabi che passavano dalla Toscana:

"Babul Shaitan, Babul Shaitan Halab"

"La porta di satana (dell'inferno) la porta di satana è Aleppo"

Riferendosi al fatto che la città di Aleppo, essendo situata in una depressione e quindi più vicina al centro della terra, dove secondo antiche credenze era allocato l'inferno, ne costituiva la porta.

Qualche volta in questi ultimi anni ho sentito commentare la Divina Commedia anche da persone autorevoli e coinvolgenti, ma la declamazione del caro e compianto Don Ernesto Forti sono sicurio resterà insuperabile!

Orlando Amedeo Cangià

 

 
 
 
Carissima Caterina,

 

eccomi di ritorno dalla tanto attesa crociera che dal 13 al 24 novembre mi ha visto passeggero della M/N Lirica della MSC Crociere  Italiane. Non basterebbero alcuni giorni per commentare tutto il materiale fotografico e documentario raccolti durante il viaggio: mi limiterò agli avvenimenti più importanti riservandomi di approfondire il discorso quando ci vedremo di persona.

I momenti più emozionanti sono stati senza dubbio il rivedere Alessandria con la gita ad El Alamein, la cerimonia della commemorazione dei marinai caduti durante l’ultimo conflitto a Capo Matapan (davanti alle coste greche) e l’aver navigato per oltre 3.300 miglia nel Mediterraneo orientale: mare solcato più volte dalle navi su cui lavorava il nostro caro papà.

 

Erano le ore 6.00 del mattino del 17 novembre quando, non riuscendo più a dormire per l’agitazione, mi sono vestito e, macchina fotografica alla mano, mi sono portato sul 12° ponte quando con mia grande meraviglia vedevo già le luci dei mercantili ormeggiati in rada fuori dal porto. Sono seguiti momenti concitati di corse da prua a poppa, di fotografie del porto in avvicinamento al sorgere del sole, di osservazione di manovre varie (arrivo del pilota, più tardi della polizia …), di visuale del Max e di Minaa El Basal da una parte e del “cimitero delle navi” dall’altra, del Fanar (il faro) e la Capitaneria di porto, dell’Arsenale militare marittimo, del palazzo di Ras El Tin dal quale, come ricorderai, era stato mandato in esilio il re Faruk nel 1952. Ti dico solo che ho saltato la colazione per il blocco allo stomaco causato dall’emozione di rivedere certi luoghi dopo 34 anni!

Dopo l’attracco ho subito provato un senso di tristezza nel rivedere la stazione marittima, dalla quale eravamo rimpatriati nel lontano luglio 1962, logorata dal tempo e abitata solo da poliziotti taciturni armati di Kalasnicov; ho provato la stessa sensazione nell’attraversare la parte occidentale della città per dirigerci verso la provincia di Matruh.

Ad El Alamein si respira un’atmosfera satura di emozioni e di ricordi: è una località permeata da una quiete sovraumana che ha ormai preso il posto ad una tempesta di proporzioni apocalittiche! Al termine della santa Messa celebrata nel Sacrario da un frate minore sudanese della chiesa di santa Caterina cattedrale di Alessandria ho recitato, con un sasso del luogo in mano e che ho portato a casa come ricordo, i seguenti versi scritti dal Commendatore Martini del Gruppo Reduci dell’Africa Settentrionale che guidava la nostra delegazione al pellegrinaggio:

 

O Signore!

Bruciava quel sole, il vostro sole, o eroi!

Dalla torre, la vostra torre, scintillano ricordi

di un giorno infuocato a quota trentatre.

Ogni sasso di questa venerata vostra terra

Ci parla: ecco…questo; nel doloroso istante

Ha raccolto l’ultimo respiro

Di quale ardito, di quale fante?

Italo, tedesco, inglese?

Non importa: ora tutti dormono in pace.

Ora il sasso è mio: chi fu l’ignoto eroe

Lo sa soltanto Dio!

 

E’ seguita la consueta visita al fortino, denominato “Quota 33”, dove l’addetto militare dell’ambasciata italiana al Cairo, dal quale era partito per ricevere la nostra delegazione,  ci ha raccontato che la bandiera italiana issata sopra la torre è tradizionalmente quella della Marina Militare in quanto in origine era stata donata da un Comandante della M. M. di passaggio a Paolo Caccia Dominioni, che ne era sprovvisto, durante la sua pietosa opera di identificazione e sepoltura delle salme dei caduti.

 

L’altro momento del viaggio, che per me ha avuto una valenza fortemente emotiva, è stata la commemorazione di 62° Anniversario della battaglia navale di Capo Matapan celebrata alla presenza  del Comandante Silvio Cappuccio, accompagnato da altri Ufficiali e da alcuni membri del suo equipaggio, e di tanta gente. 

La cerimonia è iniziata con l’allocuzione del Generale degli Alpini in congedo Guglielmo De Mari, nostro compagno di pellegrinaggio, che, pur non essendo un marinaio, ha saputo sintetizzare gli avvenimenti del marzo 1941 con grande abilità e con toccanti parole: “… ed oggi siamo qua per commemorare questi incolpevoli giovani marinai, morti per servire la Patria e concludo con l’insegnamento che un giorno mi diede mio padre e che ogni buon padre di famiglia dovrebbe trasmettere ai propri figli. Mi disse: “ non pensare solo alla vita, se passi davanti ad un cimitero militare porta un fiore su quelle tombe, molti di quei giovani sono morti anche per la tua libertà.” L’altro giorno ad El Alamein abbiamo visto tante lapidi oggi non abbiamo avuto modo di vedere neppure quelle ma sappiamo che i nomi di quei marinai sono scritti nel profondo di questo mare che, come tutti i mari del mondo, rappresentano una delle pagine più belle che Dio ha dato da leggere dove si parla della vita, ma spesso anche della morte, come quella toccata a questi 2.303 marinai di Capo Matapan.”

E’ seguita da parte mia la recita della Preghiera del Marinaio e, accompagnata dalle note del “silenzio” la deposizione in mare di una corona in onore dei caduti.

Il tutto non poteva terminare meglio che con l’Inno di Mameli, intonato a “furor di popolo”.

 

Che dirti del resto del viaggio? Limassol di Cipro è sempre carina con le sue belle coste percorse da noi in direzione di Paphos un pomeriggio caldo tra un sottofondo di musica greca ed i racconti mitologici della guida.

È stata molto positiva l’impressione suscitata dalla visita ad Antalia in Turchia: cittadina molto ben tenuta ornata di belle aiuole. Di grande interesse le visite a Side, denominata “la piccola Efeso” per la somiglianza alla sorella maggiore resa famosa dalla storia di san Paolo, e ad Aspendos sede dell’anfiteatro romano meglio conservato al mondo.

Rodi poi è un gioiello di storia (i Cavalieri di San Giovanni contro gli Ottomani) e di bellezze naturali: stupenda Lindos con il suo porticciolo, dove era giunto San Paolo, con i resti di una piccola chiesa di età paleocristiana e con un’acropoli greca che sovrasta la collina a picco su un mare di colori incantevoli!

È qui che ho fatto una pranzo a base di foglie d’uva ripiene, di musacà, di feta, di olive greche etc… talmente abbondante da non cenare più la sera a bordo.

Dopo Rodi siamo passati per La Valletta a Malta (dove ero stato questa estate con Mariagrazia) ed infine per Sorrento per poi chiudere la crociera a Genova.

Rimando i commenti sulla vita di bordo a quando ci vedremo: ti dico solo che abbiamo avuto un trattamento eccellente da parte di tutto il personale di bordo in primo luogo dal Comandante che ci ha invitati a visitare la plancia e la sala controllo macchine.

Concludo per il momento assicurandoti che è stata una esperienza indimenticabile e che vale la pena organizzare qualche viaggio insieme per riprovare certe emozioni!

 

Tanti bacioni e saluti da me e dai miei cari.

 

Tuo Orlando

 

Presentazione de “Il chilometro d’oro – il mondo perduto degli Italiani d’Egitto” di Daniel Fishman.

 

 

 

                            ...Sono d’un altro sangue e non ti persi,

                            ma in quella solitudine di nave

                            più dell’usato tornò malinconia

                            la delusione che tu sia, straniera,

                            la mia città natale.

 

 

 

Nei versi che Giuseppe Ungaretti, scritti riferendosi alla sua  Alessandria dopo che nell’autunno del 1912 lasciava liberamente l’Egitto,  si notano quei sentimenti contrastanti ( da una parte la voglia di raggiungere la propria Patria, ma dall’altra il dolore per il distacco dalla terra che ha dato i propri natali ed in cui si è vissuta la prima parte della propria vita), che una cinquantina d’anni dopo avrebbero provato migliaia di suoi connazionali ad iniziare dal 1956 questa volta “costretti” ad abbandonare l’Egitto. Ma cos’era successo precisamente nel 1956. (vedi cronologia e cronache di Alessandria contemporanea di Roger Béraud: 1932-1981 – cahier AAHA n. 39 pagg. 27 e 28)

1956

16 gennaio. Proclamazione della nuova Costituzione egiziana...

1957-1963 Inizia l’esodo volontario per la maggior parte di europei (italiani, greci,...)

Preparazione della partenza (censura=taftish, corruzione,...)

Ricordi del 28 luglio 1962 al porto di Alessandria

Nell’attestato di rimpatrio rilasciato dal Consolato Generale d’Italia si fa preciso riferimento alla legge n. 1306 del 25 ottobre 1960 che recita: “ai connazionali rimpatriati dall’Egitto in conseguenza degli avvenimenti verificatesi nell’ottobre 1956...sono estese tutte le provvidenze spettanti ai profughi secondo le leggi 4 marzo 1952, n. 137 e successive.”

L’intolleranza agli strascichi del colonialismo britannico e francese e l’inasprimento verso il crescente Sionismo più che il nazionalismo e panarabismo, sono le cause del disfacimento di un mondo straordinario, colorato e cangiante come può esserlo un caleidoscopio di culture e di religioni (cultura, culto= stessa radice da “colere” coltivare= vivere)

Il Cairo, come Alessandria o Porto Said era il luogo di convivenza e comunicazione fra culture di varie comunità nazionali (turchi, italiani, inglesi, francesi, maltesi, polacchi, rumeni, bulgari, russi, sudanesi, marocchini, ...), etnie (circassi, armeni, ...) e religioni (cattolici, ebrei, ortodossi, copti, musulmani, ...) e classi sociali le più diverse tra loro.

I “talianin”, così venivano chiamati i tanti  italiani, originari ed aggregati (quelli che prendevano il passaporto con qualche piastra e qualche manciata di riso...),  che vivevano in Egitto nella prima metà del Novecento. Decurtati, in buona parte, quando l’Italia fascista entrò in guerra, e l’Egitto sotto protettorato britannico mise nei campi di internamento al Fayed tutti i connazionali “abili” sequestrando, a molti di loro, anche i patrimoni. Senza guardare in faccia nessuno, i figli degli operai del canale di Suez (ricordiamo che Antonio Ungaretti muore nel 1890 per postumi da infortunio e la moglie continua a gestire un forno in periferia -Muharram Bey- di Alessandria), tecnici, intellettuali, imprenditori, seguaci del Duce e antifascisti.

 

Trascorsi gli anni dell’esodo dal 1957 al 1963, cala un velo di silenzio su di una storia che ha coinvolto e sconvolto la vita di decine di migliaia di Italiani d’Egitto.

Nel 2006, in occasione del cinquantesimo della crisi di Suez, uno storico alza questo velo di silenzio, colmando una grossa lacuna politica e storica ma anche narrativa e letteraria, pubblicando “un romanzo avvincente e coinvolgente mosso dalla spinta di far conoscere un mondo ed un patrimonio notevole, nascosto per tanti anni”.

Daniel Fishman, pur non essendo nato e vissuto in Egitto (è difatti nato a Bradfort in Gran Bretagna) , data la sua particolare sensibilità, è stato profondamente colpito ed ha rivissuto nella propria fantasia i racconti del nonno Edmondo lui sì nato e vissuto al Cairo e, dopo faticose ricerche su documenti d’epoca e testimonianze dirette durate svariati anni (una decina), è riuscito, anche per merito della sue spiccate doti narrative, a scrivere un romanzo che vanta “una ricchezza di personaggi, ben profilati, ma pieni di contraddizioni,dubbi, aspetti cangianti” che ben rappresenta il mondo composito e colorito della prima metà del novecento egiziano che, come dice Magdi Allam nella sua prefazione, è purtroppo diventato “grigio ed uniforme” a questo proposito riporto alcune impressioni da ma avute durante il mio viaggio di ritorno ad Alessandria nel 2003, riferite in una lettera alla sorella:

“...dopo l’attracco ho subito provato un senso di tristezza nel rivedere la stazione marittima, dalla quale eravamo rimpatriati nel lontano luglio 1962, logorata dal tempo e abitata solo da poliziotti taciturni armati di Kalashnicov; ho provato la stessa sensazione nell’attraversare la parte occidentale della città per dirigerci verso la provincia di Matruh e precisamente ad El Alamein”

 

Lo scopo dell’autore è quello di  far sapere al grande pubblico che ci sono già stati, poco lontano da qui ed in un periodo poco distante da noi, tentativi di creazione di una società multietnica che sono parzialmente riusciti ( è il caso più riuscito nel bacino del Mediterraneo).

I segreti del successo, ben evidenziati da Magdi Allam nella prefazione, si possono riassumere nel primato della persona, nel rispetto delle diversità e la condivisione dei valori comuni.

 

La cultura dell’Egitto di allora era data dall’intreccio delle tante culture presenti, così pure l’arte: con costruzioni di tanti stili diversi.

Certo il contributo degli Italiani è stato notevole specialmente nella partecipazione alle imprese edilizie (vedi corniche di Alessandria da parte di Dentamaro) e la diffusione dell’opera lirica (ho cantato nella Carmen con il coro della scuola).

 

Uno degli esempi più curiosi del livello di integrazione raggiunto è quello “strano linguaggio”, quello che Daniel definisce “risi e bisi”: un’incantevole misto di arabo, turco, italiano, greco, francese dove a seconda dell’occasione prevalevano i termini dell’una o dell’altra lingua.

 

Grande esempio di “laboratorio d’integrazione” erano i cortili degli istituti scolastici (don Bosco, S. Gabriel, S. Marc,...) dove, ragazzi di ogni provenienza,  si scambiavano di tutto: dalle abitudini e tradizioni alle figurine.

Lo erano pure le strade, i cortili e le stesse case dei vicini; ricordo che un p.m. in casa di casiliani ci siamo ritrovati ragazzi ebrei, musulmani e cristiani a vedere diapositive sulla vita di don Bosco proiettate con una lanterna magica da noi costruita.


Era assolutamente normale per un ebreo o un musulmano frequentare le scuole cristiane e scambiarsi reciprocamente le visite e gli auguri durante le feste religiose, cogliendo l’occasione per degustare le specialità tradizionali di ciascuna comunità.

 

Ora il Cairo o Alessandria di una volta posso essere qualsiasi città italiana o europea; via El Falaqui “il chilometro d’oro”, allora “gotha economico dove si produceva, spendeva e gestiva gran parte della ricchezza  dell’Egitto”, può essere qualsiasi via principale di una metropoli attuale, l’invito è quello di conoscere questo notevole patrimonio, mirabilmente descritto nel romanzo di Daniel Fishman , per farne tesoro certi che ci potrà essere d’aiuto nello sforzo di apertura verso gli altri specie se stranieri ed alimenterà in noi qualche curiosità in più verso la loro cultura e la loro lingua: ricordando che conoscere una lingua abbatte un muro tra noi e milioni di persone.

 

 

Orlando Amedeo Cangià

 

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